La Ragazza con la Valigia

Lei se ne stava andando. Era ormai tutto irrimediabilmente pronto.

La valigia sul letto aveva ancora il cartellino attaccato, che penzolava da una cerniera e si fermava sul suo cuscino bianco. Era nuova, grande, blu notte e se ne stava aperta in due, come un libro su cui qualcuno aveva voluto lasciare una piega all’apice del foglio. Con quei vestiti ancora appoggiati alla rinfusa, senza una logica precisa, tra la lana dell’inverno e il lino dell’estate, la valigia attendeva di essere finalmente chiusa, per poi riposare nella stiva dell’aereo.

Il suo era uno di quei trolley che dalla vetrina colpiscono l’occhio e illudono la logica. Convincendoti razionalmente che possano contenere tutto ciò che occorre e invece a malapena riescono a trasportare l’essenziale. Perché miei cari non è legenda ciò che si narra sulle donne e sulla loro mania di pensare a qualsiasi evento contrario, per infilare tutto nella valigia, anche solo per un weekend fuori porta.

Ma lei se ne sarebbe andata per mesi e quella valigia avrebbe dovuto trasportare anche la salsedine del mare, il verde delle montagne, il dolce delle crostate e il salato della pasta al ragù. E quella confusione di maglie e calzoni era un po’ quella che regnava nella mente di tutti, ma non nella sua. La costellazione delle sue idee era chiara e dritta verso la logica della partenza.

Sarebbe stato un arrivederci e non un addio. Lei era sempre stata la ragazza della valigia, anche se negli anni aveva dovuto assopire quell’entusiasmo di nuovi orizzonti. Ma ora il vento sembrava  le fosse proprio favorevole per prendere il largo, verso nuove mete.

E allora occorreva chiudere il suo trolley, quello blu notte che l’avrebbe accompagnata nella sua nuova avventura e lasciare a casa l’altra valigia. Quella piena di risentimento, tradimenti, frustrazioni e incomprensioni. Quella sarebbe rimasta  chiusa nel suo armadio, finché non sarebbe tornata un giorno e l’avrebbe scaraventata in un burrone, dicendo finalmente addio alle ingiustizie.

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