Io so perché l’ho sposata

Io so perché l'ho sposataTratto da un romanzo mai terminato…

Letizia ha parcheggiato nel garage. Il cielo è sereno e sicuramente durante la notte cadrà quello che a me piace definire “l’ombretto del cielo”. Quello strato sottile di ghiaccio, che si posa omogeneamente su tutto quello che incontra, per poi scomparire con una passata di salvietta struccante, il mattino dopo.

La chiave è nella serratura, basta un giro per far aprire la porta. Io sono fermo, dietro il piano di cottura, rivolto di spalle all’entrata, stringo tra le mani un cucchiaio di legno, che faccio ruotare in maniera lenta nel sugo al tonno. Sono rigido, in attesa delle sue parole. Lei posa la borsa sul divano, poi il portatile. Non la vedo, ma so quali sono i suoi movimenti al ritorno da un viaggio. Appende il cappotto e la sciarpa sull’appendiabiti in legno. Ora mi fissa. Sento la sua voce: “ciao!”. Le rispondo flebilmente. Si dirige verso di me. Il parquet dell’entrata scricchiola. Poi il ticchettio dei tacchi si sente ovattato dalle mattonelle lucide della cucina. Avverto il suo respiro freddo. Mi scosta i capelli e mi dà un bacio. Sta per dire qualcosa e quasi tremo.

«Questo è il profumo che ti ho regalato per il tuo compleanno?»

«Sì, è quello di Armani»

«Ottima scelta Letizia!». Si volta, sale le scale e va da nostra figlia…

In quell’attimo una morsa al cuore mi ha stritolato. Ripenso a cosa ho rimuginato poco prima e mi sento un verme. Io so perché l’ho sposata, proprio per questo motivo. Il suo saper tacere quando serve, il suo saper capire, anche da quelle spalle date all’uscio. So che le sue domande arriveranno, ma forse tra un’ora o domani…e questo mi basta per sentirmi più leggero. Lei capisce sempre quando qualcosa non ruota per il verso giusto,  ma non posso incolparla di questo. È intelligente, e l’ho sempre saputo.

Il sugo è pronto ed anche la pasta è cotta. Chiamo Letizia, ma non risponde. Allora salgo nella nostra camera. È  con la testa china, appoggiata alla sponda del lettino di Arianna. Ha i capelli elettrizzati per il freddo che c’è fuori. Le scarpe sono buttate vicino all’armadio e il suo respiro è lento, regolare, come quello della piccola. Ha i piedi uno sopra l’altro, incrociati, i bracciali con i pendenti sono immobili nel vuoto, la giacca risulta troppo stretta in quella posizione da contorsionista. Allora la scanso dal lettino, le prendo le braccia con cautela, senza far tintinnare i braccialetti. Le sollevo le gambe fredde e la distendo sul letto. Lei si sveglia, apre gli occhi, ma è troppo stanca. Mi sorride, ha i bulbi oculari rossi e lucidi. Le do un bacio e lei mi prende la mano. Una lacrima le scende dagli occhi. Non so perché, forse è la stanchezza.

Mi distendo affianco a lei. Nella cucina i piatti di pasta iniziano a raffreddarsi sul tavolo. Il fumo vaporoso pian piano scompare. Le penne rigate iniziano ad attaccarsi l’una all’altra e la notte si dilegua…

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